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La corruzione si batte a scuola

Saviano Riportiamo integralmente il bell'articolo di Luigi Guiso, sperando che l'appello non cada nel vuoto.

Ha fatto bene il Sole 24 Ore a lanciare un manifesto di sostegno alla cultura. Il successo dell'iniziativa, come dimostrano le numerose adesioni, indica che questo bisogno è sentito, ma è rimasto latente, forse perché abbiamo vissuto un lungo periodo di promozione d'altro. Il successo, probabilmente, riflette anche il fatto che il concetto di cultura, già per sua natura vago, è, in questa campagna, non specificato, lasciando intendere che include la conoscenza accumulata, la produzione di arte, nelle sue più varie articolazioni, lo studio, la scuola e l'apprendimento nonché il sistema di valori, credenze e norme che definiscono e circoscrivono i nostri comportamenti al di là di quanto non regolato - o non regolabile - dalla legge.

 

Così ce n'è per tutti e tutti vi possono trovare se stessi. Da chi nella promozione della cultura vi legge la difesa e conservazione delle minoranze linguistiche a chi vi vede una ricomposizione del pubblico bilancio verso la scuola, la ricerca e l'università oppure verso la promozione di musei, teatri e opere liriche. Da chi vi intravede una enfasi nuova sullo sfruttamento economico dell'enorme patrimonio artistico e archeologico di cui il paese dispone, fino a chi spera che il focus sulla cultura serva a riportare l'attenzione verso la ricostruzione di un sistema di valori che oggi molti reputano compromesso e minacciato dal dilagare della corruzione - come sembrano suggerire le allarmanti statistiche rese recentemente note dalla Corte dei Conti.

Queste nozioni non sono né antitetiche né indipendenti né mutuamente esclusive. Ma la loro "promozione", come è facile intuire, chiama interventi molto diversi. E forse sarà di questi che da ultimo si dovrà discutere. Qui vorrei soffermarmi su una nozione specifica: il sistema di valori, norme e credenze più o meno condivise dalla comunità, che ne regolano e spiegano i comportamenti dei suoi membri. E, in particolare, su un sottoinsieme di queste norme, valori e credenze: le attitudini delle persone verso la corruzione, le norme che presiedono al rifiuto o alla accettazione di comportamenti corruttivi, le aspettative sul comportamento corruttivo degli altri. Gli standard del nostro Paese sono sotto questo aspetto ancora lontani da quelli dove la corruzione è fenomeno raro. Le testimonianze di questo deficit sono numerose. Ne riporto alcune tratte dalla European Social Survey. Su quattro danesi tre ritengono che possano tranquillamente fidarsi che un funzionario pubblico si comporti onestamente con loro e due tedeschi su quattro la pensano così. Tra gli italiani solo uno su quattro pensa di potersi fidare dell'onestà di un pubblico funzionario - più o meno le stesse aspettative che hanno i greci riguardo ai loro dipendenti pubblici. Il 50% degli italiani ha maturato un serio timore di poter essere trattato in modo disonesto. Questa paura riguarda solo il 7% dei danesi e il 23% dei tedeschi: evidentemente la diffusione di fenomeni corruttivi alimenta queste credenze. Infatti se oltre il 6% degli italiani intervistati dichiara che nei trascorsi cinque anni un pubblico dipendente ha preteso mazzette o favori, questo accade in meno dell'1% tra i danesi e i tedeschi, ma tra il 12% dei greci.

Una ragione per cui queste pratiche sono diffuse ha certamente a che fare con la legge e ciò che si fa per farla rispettare. È possibile che tedeschi e danesi siano più severi di quanto noi non siamo nel far rispettare le norme anticorruzione e che abbiano anche norme più severe delle nostre. Il decreto che il governo si appresta a varare in materia probabilmente aiuta. Ma la legge non può moltissimo se le persone sono tolleranti verso la corruzione, se vi è intorno al fenomeno un favorevole humus culturale che ne alimenta domanda e offerta. Dopotutto solo il 70% degli italiani pensa che sia seriamente sbagliato che un funzionario pubblico accetti favori o bustarelle in cambio di una accelerazione del servizio mentre quasi il 90% dei danesi lo pensa. Se si è tolleranti verso la corruzione, si tollera anche che non venga perseguita o che non appaia al top dell'agenda politica, e quindi che la sua eradicazione si rifletta in leggi e provvedimenti.

Sovvertire questa cultura - questo insieme di norme e credenze - sembra quindi conditio sine qua non per restringere il campo della corruzione. Ma è anche possibile? E come si fa? Dopotutto - questa è l'obiezione - non è forse la cultura un fenomeno così persistente da rendere l'impresa quasi senza speranza (un po' come cercare di far cambiare religione agli italiani)? Non sono tanti gli esempi di politiche che si siano poste questo obiettivo. Ma vi è un caso interessante: quello di Hong Kong nella metà degli anni 70 quando Murray MacLehose, ultimo governatore britannico di Hong Kong, decise di varare un programma per liberare l'isola dalla corruzione endemica che affliggeva qualunque settore della amministrazione pubblica e aveva innervato la polizia, rendendo la sua punizione ormai impossibile. Il compito viene affidato alla Commissione Indipendente Contro la Corruzione (Icac) che lo persegue usando tre strade: azioni preventive per ripristinare la funzionalità della polizia, un severo enforcement delle leggi e un vasto programma di educazione contro la corruzione condotto nelle scuole. La vera novità rispetto ai tentativi falliti del passato era il programma di educazione, vasto e insistito per 20 generazioni di ragazzi. Fu questo che mutò l'atteggiamento verso la corruzione, sia scoraggiando direttamente atti corruttivi (perché non si fa) sia perché prosciugò in maniera durevole la giustificazione della corruzione, accrescendo la domanda di legalità e quindi il consenso verso le politiche di enforcement.

Fu una piccola rivoluzione culturale. Mentre prima del programma solo il 32% della gente di Honk Kong riteneva che passare una mazzetta a un funzionario pubblico per sveltire una pratica fosse un atto commendevole, questa quota accede il 70% 15 anni dopo. Oggi Hong Kong svetta nelle classifiche di Transparency International come uno dei paesi a minor corruzione. La lezione per noi è che se si vuole si può cambiare; richiede però un impegno non estemporaneo ma duraturo. È questo impegno a insistere sulla politica che gli conferisce credibilità. A sua volta quest'ultima è condizione indispensabile perché le persone siano disposte ad abbandonare norme e credenze con cui sono cresciuti.

Noi, analfabeti seduti su un tesoro

Venere degli stracci Circa l'80% degli italiani è analfabeta funzionale. In altre parole, sa leggere e scrivere, ma non comprende pienamente il significato di ciò che legge né è in grado di padroneggiare l'italiano scritto di livello alto. E' con sgomento che, come Associazione Gli Aquiloni, aderiamo al Manifesto per la Cultura lanciato dalle pagine della Domenica del Sole 24 Ore alcuni giorni fa.

Dieci anni fa, si apprende dalle pagine di Wikipedia, in inglese e in italiano, la percentuale era del "solo" 47%. Leggiamo con amarezza la citazione fatta dal direttore Armando Massarenti, nell'articolo in prima pagina dell'11 Marzo "Il rapporto fra l'alfabetismo e l'analfabetismo è costante, ma al giorno d'oggi gli analfabeti sanno leggere" (E. Montale 1896-1981), ma non possiamo che concordare.

Siamo profondamente convinti che la chiave per migliorare la condizione sociale in cui viviamo, fatta di "giri, in cui ci si scambia protezione e favori con fedeltà e servizi[...] in cui ognuno vede nell'altro solo risorse da sfruttare [...] crogiolo di rivalità, anche feroci, e di gradini, cioè di concorrenti, che devono essere pestati per salire più in alto. Sul gradino più alto e su quello più basso troviamo solo arroganza e solo servilismo" (G. Zagrebelsky - La difficile democrazia) sia un sistema educativo solido, costante nel tempo, basato sull'eguaglianza dei diritti e sulla libertà di pensiero, aperto alla diversità che la globalizzazione ci dà l'opportunità di conoscere, e allo stesso tempo orientato alla salvaguardia dell'immenso patrimonio culturale che possediamo.

Vorremmo un sistema educativo che abbracci tutti i gradi scolastici, che alfabetizzi nei significati e nella proprietà di linguaggio, che faccia rientrare pesantemente il concetto di "etica" nei programmi ministeriali (e non solo in quelli di Storia e Filosofia destinati ai "classici") e che ci restituisca l'"educazione civica", non tanto o non solo nell'accezione degli anni '80-'90 (ricordo un microscopico libriccino, ai tempi del liceo, contenente una barbosissima descrizione della struttura degli Organi dello Stato), ma soprattutto in quella di educazione sociale, abbattimento dei privilegi e uguaglianza delle leggi.

Per questo aderiamo al Manifesto e consigliamo la lettura integrale dell'articolo di Armando Massarenti, disponibile a questo link.

Elena Cenacchi (presidente)

Tasse universitarie: l'Università perde il ricorso

Università di BolognaDall’ateneo di Pavia al resto dell’Italia, al fine di risarcire gli studenti universitari per un totale di 218 milioni di euro. È questa l’intenzione dell’Unione degli Universitari che ha deciso di avviare, nelle prossime settimane, dei ricorsi contro i 33 atenei che hanno alzato le tasse in modo eccessivo ed illegale. Come l’Udu di Pavia ha fatto con l’ateneo pavese, ottenendo pochi giorni fa dal Tar di Milano la sentenza definitiva che afferma che l’università dovrà risarcire gli studenti per le tasse universitarie troppo elevate per l’anno accademico 2009/2010 (mentre un ricorso è stato presentato anche per l’anno successivo, in attesa ora di risposta). Il risarcimento ammonta a 1,7 milioni di Euro, ma l'Università di Pavia ha annunciato che farà ricorso in Consiglio di Stato.

Secondo la legge, le tasse complessive degli studenti non devono superare il 20% dei fondi ministeriali stanziati per quell’ateneo. Dal 2008 a oggi il fondo di finanziamento ordinario degli atenei è stato progressivamente assottigliato, sia a causa della crisi economica sia a causa dell’esigenza di far quadrare i conti pubblici, ma a tale riduzione non è corrisposto un calo anche delle tasse universitarie. Dal 2009 infatti molti rettori si sono mostrati inclini ad aggirare la disposizione normativa fissata proprio per evitare l’eccessivo aggravio sulle tasche degli studenti (o meglio, delle famiglie degli studenti) universitari.

«Come Sindacato Studentesco»,  spiega Michele Orezzi, coordinatore nazionale dell'Unione degli studenti universitari, «ci schieriamo in maniera netta dalla parte degli studenti universitari e delle loro famiglie, le vere vittime di questa ingiustizia. L'obiettivo dei nostri ricorsi non è quello di mandare sul lastrico le università ma, tramite l'azione legale, mascherare quanto il sistema d'istruzione italiano sia tremendamente sotto finanziato».

Ma quali sono gli atenei fuorilegge che dovrebbero temere il ricorso degli studenti?  Il Sole 24 Ore ha pubblicato un elenco delle università a rischio di ricorso da parte degli studenti: in cima alla “classifica”, l’ateneo di Urbino con le tasse accademiche che sono pari al 36,6% dei fondi ministeriali, seguita dall’università di Bergamo (36,5%), Venezia (34,1%), dalla Statale di Milano (31,7%), dal quella dell’Insubria (30,4%), quindi dal Politecnico meneghino (30,3%) e dalla Bicocca di Milano (30,1%). A rischio anche l'Università di Bologna, seconda per esubero assoluto di tasse intascate (28,9 milioni di Euro, 27,4%).

Sulla pagina Facebook dell’Udu, il gruppo invita gli studenti a scrivere a all'organizzazione o direttamente sul profilo del social network per avere informazioni sul ricorso, inviando i propri contatti e l’ateneo di provenienza. Insomma, il rischio è quello di una pioggia di ricorsi degli studenti universitari, in una catena che intimorisce non poco le università.

Fonte: www.walkonjob.it, Il Sole 24 Ore

Class-action "CLASSI-POLLAIO", la qualità dell'insegnamento dice grazie alle norme sulla sicurezza

Maria Stella GelminiLa storia della ormai famosa class-action Codacons inizia il 20 Marzo 2009, quando viene emanato il Decreto Presidenziale n.81 in materia di riorganizzazione della rete scolastica e vengono ridefiniti il numero massimo e minimo di alunni per classe, dalla scuola dell’infanzia alle scuole superiori.

Il Decreto fa parte di un insieme di normative definite come “Riforma Gelmini”. A onor del vero e per non fare torto a nessuno, tutto l’insieme di decreti dovrebbero essere appellati come “Riforma Gelmini-Tremonti” in quanto emanati di concerto tra Ministero dell’Economia e Ministero dell’Istruzione allo scopo di ridurre i costi della scuola pubblica nell’unico modo efficace: la riduzione del personale.

I dissensi provocati dalla “Riforma” sono molteplici. Volendo evitare la facile demagogia, e leggendo i testi delle normative, risulta evidente che i tagli applicati non sono stati dimensionati sulle effettive realtà presenti sul territorio, ma sono stati generalizzati a tutti gli Istituti indiscriminatamente e applicando una matematica piuttosto elementare. Un Ministero ha ordinato un taglio delle spese, e l’altro ha ridotto corrispondentemente il personale coinvolto, senza alcuna verifica normativa preliminare.

 Considerando l’incremento demografico e il decremento nel numero dei docenti, va da sé che la “Riforma Gelmini-Tremonti” per essere coerente, deve prevedere classi più numerose rispetto a quelle esistenti (oltre a un numero inferiore di ore di didattica). E,infatti, il succitato decreto pone come limiti minimo e massimo di alunni per classe: 18-29 per le scuole dell’infanzia, 15-27 per le scuole primarie, 18-28 per le scuole medie, 25-30 per le scuole superiori. E’ inoltre consentita una deroga del 10% in più o in meno rispetto alle cifre indicate. Se nella classe è presente un alunno con disabilità, si rimanda ai limiti delle normative precedenti senza modifiche.

Certo sarebbe bello trovare in questi decreti anche delle indicazioni relative alla qualità dell’insegnamento in classi così costituite. A buon senso, l’idea di un maestro di prima elementare alle prese con 30 bambini lascia quanto meno perplessi. Purtroppo tali indicazioni, sebbene esistano diversi studi pedagogici a riguardo, non rientrano in alcuna normativa, e a quanto pare, per salvaguardare la qualità, non rimane che affidarsi alle norme sulla sicurezza.

A seguito delle proteste di genitori, studenti e insegnanti, il Codacons si muove contro il MIUR e l’8 Luglio 2010 viene ufficialmente depositato il ricorso (n. 6143 del 2010) contro le “classi-pollaio” derivanti dalla “Riforma Gelmini-Tremonti” che, inavvertitamente, viola tutte le norme esistenti in precedenza in materia di sicurezza degli edifici scolastici. Primo tra tutti il Decreto Ministeriale del 18 Dicembre 1975 (Ministro Malfatti, governo Moro), ancora in vigore, che si basa su criteri pratici di movimento nello spazio in caso di emergenza, e assegna 1,80 mq per allievo fino alle scuole medie e 1,96 mq per allievo nelle scuole superiori (bisogna considerare che lo spazio è condiviso con banchi, cattedra, zaini appoggiati per terra, ecc…). Secondo, viene violato il Decreto Ministeriale del 26 Agosto 1992 (Ministro Iervolino, Governo Amato) che fissa a 26 il numero massimo di persone (compresi gli insegnanti) che possono essere presenti in aula, perché vengano rispettate le norme anti-incendio.

Il 9 Dicembre 2010 il TAR del Lazio, esaminato il quadro normativo complessivo, accoglie il ricorso del Codacons e richiama il MIUR sulla legge n. 23 dell’11 gennaio 1996 (Ministro Lombardi, Governo Dini) che avrebbe previsto il costante monitoraggio dello stato e funzionalità degli edifici scolastici, tramite l’istituzione dell’ ”anagrafe nazionale dell’edilizia scolastica“, al fine di stilare un “piano di riqualificazione dell’edilizia scolastica”. Viene fatto notare il comunicato stampa del MIUR stesso, datato 12 novembre 2010, secondo il quale la banca dati dell’anagrafe sarebbe stata finalmente completata e vengono quindi concessi 120 giorni per l’emanazione del suddetto piano.

In altre parole, se il MIUR vuole classi più numerose deve anche assicurarsi che gli edifici scolastici siano idonei ad ospitarle, nel rispetto delle norme di sicurezza vigenti.

Il MIUR, assieme ai Ministeri dell’Economia e della Pubblica Amministrazione, decide di non accettare la sentenza del TAR del Lazio, e il 21 febbraio 2011 presenta ricorso (1311 del 2011) al Consiglio di Stato  (il Tribunale di 2° grado per ricorsi contro le sentenze amministrative), sostenendo, essenzialmente, che la riqualifica degli edifici scolastici non è pertinenza del MIUR, il quale si limita ad assegnare l’organico alle classi richieste.

Infine, il 9 Giugno 2011 il Consiglio di Stato ha respinto (sentenza n. 3512) il ricorso dei Ministeri, confermando la precedente sentenza del TAR del Lazio, che il 28 Settembre 2011 è stato chiamato a nominare un commissario ad acta in sostituzione del ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini per l’emanazione del “piano di riqualificazione”. La nomina è stata poi posticipata al 27 Ottobre 2011.

In questi giorni si moltiplicano i ricorsi, accolti dai TAR regionali, contro l’accorpamento delle classi. E’ da sottolineare che, all’interno del quadro normativo attuale, qualora un dirigente scolastico disponga di aule sufficientemente ampie e voglia collocarvi un numero di allievi superiore a 25 (in conformità dell’indice di 1,80/1,96 mq per alunno) dovrà in ogni caso richiedere un’autorizzazione ai Vigili del Fuoco e, qualora le normative non vengano rispettate, ne risponderà penalmente.

Se almeno nelle normative trovassimo delle referenze sulla qualità dell’insegnamento, una citazione a un qualsiasi studio accreditato, potremmo ancora pensare che a capo dell’intero sistema ci sia un team che si occupa di qualità (magari in modo non condivisibile). Troviamo invece piani economici lapidari e incongruenze con normative precedenti. A questo punto restiamo in attesa della nomina del commissario e dell’emanazione del piano di riqualificazione, ma la preoccupazione che ci suscitava l’idea di un insegnante alle prese con 30 alunni, seppure ospitati in un’aula sicura e giustamente dimensionata, permane tale e quale.

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